Cattivi
maestri
È normale che, quando il tiggì sta per
terminare, il conduttore si scambi di posto con un intrattenitore, il quale ne
approfitta (non per comunicare una notizia ma) per fare pubblicità alla sua
trasmissione che, di lì a poco, andrà in onda? Lo scambio avvenne fra Sassoli e
Fiorello e in Italia ciò fu considerato del tutto normale.
È normale che, sempre al termine del tigì, si
apra un’ampia finestra dedicata ad una serie televisiva, in cui, cancellando
ogni confine tra la finzione e la realtà, si precisa quale sia il caso che sarà
al centro del prossimo episodio della serie e quali indizi saranno al centro
dell’indagine condotta dal protagonista? È esattamente quello che avvenne con
il “Maresciallo Rocca”, in cui la ‘fiction’ fu elevata al rango di vera e
propria notizia di cronaca.
È normale che il tiggì (ma potrebbe essere il
“Corriere della Sera” o “la Repubblica”) riferisca di un omicidio di mafia in
questi termini: “Uccisi due coniugi a Corleone: avevano visto qualcosa che non
dovevano vedere”? In Italia è considerato normale, nel riferire una simile
notizia, ricorrere ad un’espressione del gergo mafioso che userebbero i
soggetti coinvolti, in qualità di sicari o di mandanti, nell’evento delittuoso.
È normale che, nell’indicare il probabile autore
di un infanticidio, i giornali usino il verbo: “È stato incastrato”? Ancora una
volta, si considera normale, nel riferire tale notizia, usare un’espressione
del gergo malavitoso.
Così, se l’enunciazione è, come dicono i
linguisti, qualcosa che uno dice e di cui si assume la responsabilità, si òpera
uno spostamento del punto di vista e si pone in atto, all’interno del
linguaggio televisivo e giornalistico, quel procedimento della narrativa
verista e naturalista, che è il ‘discorso indiretto libero’, in cui, per
l’appunto, si fa uso di parole attribuibili ai personaggi che vengono
rappresentati. Tale procedimento, giocando sull’ambiguità enunciativa, gènera
una situazione in cui il lettore non è più in grado di stabilire se quelle
parole siano da attribuire al narratore o al personaggio. L’impiego del
‘discorso indiretto libero’ confonde infatti questi due piani e non permette
più di capire a chi appartenga la responsabilità di quanto viene detto.
Inoltre, chi afferma che il tiggì dovrebbe riferire solo ciò che è successo
viene accusato di essere un ingenuo, poiché, come sostiene il postmodernismo,
la verità non esiste. Sennonché, bisognerebbe obiettare, le bugie esistono,
eccome!
Questi casi sono davvero emblematici del
processo di ‘spettacolarizzazione’, ‘patetizzazione’ e ‘finzionalizzazione’
delle notizie e riéntrano, come i primi tre che risalgono ad alcuni anni fa, o
possono rientrare, come il quarto che è recente, nel vasto campionario di casi
presi in esame da Michele Loporcaro, docente di linguistica romanza
all’università di Zurigo e autore di un libro apparso nel 2005 e intitolato
“Cattive notizie” (si badi bene: “cattive notizie”, non “notizie cattive”),
recante come sottotitolo una specificazione quanto mai significativa: “La
retorica senza lumi dei mass media italiani”.
Nella prima parte del volume l’autore conduce
una penetrante disàmina dei quotidiani italiani, mettendo in luce il rapporto
perverso fra i quotidiani e la tivvù, laddove un simile rapporto, se da un lato
corrisponde ad una tendenza mondiale, vede dall’altro il nostro paese, per via
della mancanza di contrappesi storici e culturali, all’avanguardia in questa
deriva visualizzante, che dà luogo ad una rincorsa cronologica e tematica fra
la tartaruga-giornale e la lepre-televisione, i cui ingredienti sono, per
quanto concerne la stampa quotidiana, sempre più colore, sempre meno parole,
sempre più commenti relativi alle cose che succedono in tivù. Nella seconda
parte l’autore - e questa è una
caratteristica assai interessante del libro in parola - àpplica all’analisi del linguaggio televisivo e giornalistico
una batteria di strumenti che sono tipici della linguistica, della
narratologia, della critica letteraria e della semiotica: strumenti che, prima
di essere applicati all’analisi in questione, sono illustrati e spiegati in un
denso capitoletto del libro. Tuttavia, le ragioni del libro, prima ancora che
linguistiche, sono civili, poiché l’autore, che lancia molti e assai acuminati
strali sui mass media del nostro paese, dimostra una lucida consapevolezza, da
una parte, del fatto che i vizi linguistici dei tiggì rinvìano a vizi culturali
profondi del giornalismo e della storia italiani e, dall’altra, che ad essere
chiamati in causa non sono solo tivvù e giornali, ma anche la cultura e la
scuola, di cui quelli sono, ad un tempo, premessa e derivazione.
Eros Barone